Le imprese artigiane non sono “compro oro”. No a nuovi costi e oneri burocratici


«Giudichiamo positivamente lo schema di decreto legislativo sull'attività di “compro oro” che attua la direttiva Ue antiriciclaggio, poiché disciplina in maniera organica queste attività e rafforza i controlli per contrastare attività criminali.

Ma i nuovi adempimenti non rispettano i principi europei di proporzionalità e del Think Small First e caricano di inutili costi e complicazioni burocratiche anche le imprese artigiane orafe che svolgono soltanto marginalmente la compravendita di oro usato».

I vertici della categoria Orafi di Confartigianato, intervenuti ieri in audizione alla 6° Commissione Finanze e Tesoro del Senato sulle disposizioni per l’esercizio delle attività “compro oro”, hanno sollecitato modifiche al provvedimento, chiedendo che vengano distinti gli operatori che hanno come unica finalità commerciale l’acquisto di oro usato dagli imprenditori che svolgono l’attività principale di artigiano orafo e solo in via residuale e occasionale comprano oro usato. Di conseguenza, gli oneri amministrativi dovranno essere proporzionali all’attività svolta. “L’acquisto di oro usato per la riconversione in oggetti d’artigianato – fa rilevare il Presidente Boldi – non può essere equiparato al rischio ricettazione di un’attività di ‘compro oro’”. Le imprese artigiane, infatti, vanno escluse dagli obblighi di iscrizione nel registro degli operatori compro oro istituito presso OAM (Organismo degli Agenti in attività finanziarie e dei Mediatori creditizi) e di tenuta di un conto corrente dedicato alle transazioni di compravendita di oro; adempimenti che potrebbero essere applicati solamente nel caso in cui le imprese superino i limiti di occasionalità e residualità della compravendita di metalli preziosi usati, e oltrepassino una soglia di guadagno derivante da tale attività”.


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