Infrastrutture: quello che servirebbe al paese ed alle imprese

14/12/2017

 

Gli autotrasportatori di merci in questi ultimi anni hanno assistito ad un vero e proprio fuoco di sbarramento che incitava loro all’uso del treno e della nave perché si doveva abbattere l’inquinamento, razionalizzare i traffici lasciare la strada e così facendo si ottemperava alle direttive dell’Unione Europea.

 

Gli annunci quotidianamente si susseguivano sui media, le imprese del trasporto venivano bombardate da pressanti inviti per il rinnovo del loro parco veicolare, dovevano relazionarsi con i porti, gli interporti, attraversare i “corridoi”, caricare e scaricare in tempi veloci ma di tutto ciò – fino ad oggi – nulla hanno visto realizzato.

 

Il blocco che da tre anni almeno caratterizza l’operato del Governo nel comparto delle infrastrutture è ormai evidente a tutti e dovrebbe sollevare un coro di voci di protesta perché questo stato di cose ha avuto una ricaduta negativa sul trasporto stradale che non ha potuto organizzarsi per i tempi futuri.

 

L’amara realtà è che non ci sono le risorse per finanziare le infrastrutture ed il Governo addebita i ritardi a cause legate alle lungaggini burocratiche anche se buona parte delle responsabilità vanno addebitate al nuovo Codice degli Appalti.

 

Sulle dita di una mano si possono contare le riunioni del CIPE – negli ultimi tre anni - che esamina ed approva le proposte progettuali con la reale copertura finanziaria, ciò vuole dire che non si possono costruire le infrastrutture senza soldi.

 

Le risorse finanziarie assegnate con lo strumento della Legge Obiettivo sono finite, le Leggi di Stabilità sono concepite quasi esclusivamente con la sola logica della “cassa” mentre tutti gli atti programmatici (contratto di programma Anas, FFSS), i patti tra le istituzionali centrali e periferiche (sottoscritti con le Regioni, le aree metropolitane), gli annunci (utilizzo fondi PON, di Coesione e Sviluppo) saranno operativi solamente dal 2021 in avanti.

 

“Campa cavallo che l’erba cresce”, dicevano i nostri anziani mentre nel silenzio di alcune rappresentanze imprenditoriali continuano a morire centinaia di imprese delle costruzioni, dei servizi e dei trasporti.

 

Oggi, alla fine della legislatura in un tempo di bilanci consuntivi, si motiva il fallimento della strategia per le grandi e piccole opere a cause esterne mentre al contrario la politica del non fare si è concentrata sui tempi brevi per ottenere un consenso diffuso.

 

Se entro il prossimo 31 Dicembre 2019 non ci saranno i contratti operativi i fondi diventeranno inutilizzabili, non potranno rimanere in Italia e qualche paese europeo dell’Est li utilizzerà a proprio vantaggio casomai incrementando il “cabotaggio”, costruendo nuove ferrovie e strade per collegarsi direttamente al Mediterraneo attraverso i Balcani.

 

Se ciò avverrà, la responsabilità politica sarà immensa a tutto danno dell’ interesse comune nazionale ma soprattutto in danno alle imprese dell’autotrasporto merci lasciate in balia tra il fare e il non fare.

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